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Il periodo Nara è caratterizzato dall'importazione massiccia della cultura continentale (soprattutto della Cina Tang) il cui influsso domina la religione e la filosofia (buddhismo e confucianesimo), le arti figurative (che si esprimono soprattutto attraverso immagine sacre buddhiste) e l'ideologia politica.
A partire dal periodo Nara la lingua cinese assume il duplice ruolo di lingua dotta e di lingua ufficiale dell'amministrazione centrale. È il cinese la lingua utilizzata nei trattati e negli atti ufficiali del governo, e la conoscenza della cultura e della lingua cinese viene considerata requisito indispensabile per i funzionari statali; si può dire che la lingua e la cultura cinese abbiano svolto in Giappone lo stesso ruolo che hanno avuto il latino e la cultura classica (greco-romana) nel Medioevo e nel Rinascimento europei.
In molti casi sembra però che tale cultura ufficiale eserciti poca influenza sulla visione del mondo dei singoli, che resta ancorata a valori e modi di sentire che derivano dalla cultura autoctona antecedente ai contatti con il continente e che costituisce ancora la cultura dominante nelle campagne e nella provincia. A poco a poco tale cultura autoctona si va raffinando (sicuramente anche per l'influsso della cultura importata) e precisando come cultura privata, letteraria, lirica e poetica in contrapposizione alla cultura pubblica, filosofica, religiosa e politica. Si può dire che la contrapposizione e la dialettica tra queste due "anime" costituirà uno dei fenomeni fondamentali per l'evoluzione della cultura giapponese nei secoli a venire almeno fino a quando (in epoca moderna) un terzo elemento entrerà in gioco: la cultura dell'Occidente.
Questa dicotomia culturale nasce nel periodo Nara: non a caso in questo periodo la lingua giapponese comincia ad essere scritta (utilizzando un alfabeto chiamato man'yôgana: precedentemente gli ideogrammi cinesi, i kanji, venivano utilizzati esclusivamente per scrivere in cinese) e si afferma per la prima volta come lingua letteraria nell'antologia poetica del Man'yôshû.
La nuova coscienza di Stato raggiunta dalla classe dirigente durante il periodo Nara trova espressione nelle prime due opere storiche giapponesi, il Kojiki e il Nihon shoki.
Il Kojiki [Cronaca degli avvenimenti antichi] è un'opera in tre volumi, scritta in un misto di giapponese e cinese e completata nel 712. Essa inizia con il racconto mitologico della creazione del Cielo e della Terra, della genealogia delle divinità, della formazione dell'arcipelago giapponese e della discesa su di esso degli dei che danno origine alla dinastia imperiale di Yamato; prosegue con la narrazione delle gesta dei primi eroi e dei regni dei primi imperatori semi-leggendari a partire da Jinmu, il mitico fondatore della casa imperiale, fino ai tempi storici (termina con il regno dell'imperatrice Suiko, 593 - 628).
Il Nihon shoki [Annali del Giappone] è un'opera in trenta volumi, scritta in cinese e completata nel 720. Inizia con una narrazione mitologica in gran parte sovrapponibile a quella del Kojiki, ma la seguente parte storica è molto più dettagliata e riporta gli avvenimenti accaduti durante i regni degli imperatori fino al 697 d.C. dividendoli anno per anno, secondo il modello delle cronache dinastiche cinesi.
Il Kojiki e il Nihon shoki sono stati compilati da nobili di corte su incarico dell'Imperatore, basandosi sia su tradizioni orali che su precedenti opere scritte (non giunte sino a noi). La loro stesura è stata dettata da un movente politico: chiaramente una delle preoccupazioni principali dei loro compilatori fu quella di creare una mitologia unitaria (raccogliendo, amalgamando, integrando e modificando tradizioni preesistenti) che mostrasse l'origine divina della dinastia di Yamato e giustificasse la sua supremazia sulle altre famiglie nobili e in particolare sul clan di Izumo (vedi a questo proposito quanto detto nella sezione sul Periodo Yamato). Questa opera di revisione risulta chiara dal confronto con le narrazioni mitologiche contenute nei Fudoki in cui molti degli elementi che confluiscono nel Kojiki e nel Nihon shoki sono riportati come miti locali del tutto indipendenti dal ciclo di Yamato.
Da questo punto di vista le due opere possono quindi essere considerate come il punto d'incontro tra una cultura straniera assimilata dagli intellettuali di corte come cultura ufficiale e tradizione indigene e popolari preesistenti. Queste ultime trovano la loro espressione più diretta nei poemi e testi dei canti inseriti nei punti chiave della narrazione: anche se generalmente essi vengono attribuiti ai personaggi più importanti (dei, eroi e imperatori), si tratta evidentemente di ballate popolari indipendenti che cantano in modo semplice e con linguaggio diretto e concreto (e spesso estremamente efficace) i sentimenti umani fondamentali (amore, soprattutto nel suo aspetto sensuale e carnale, nostalgia, ecc.). Tutta la narrazione rispecchia comunque una visione del mondo ancorata alla terra e priva di elementi trascendenti (e in particolare buddhisti) in cui anche gli dei agiscono come uomini e sono spinti dalle stesse motivazioni.
A partire dal 713 la corte imperiale commissionò anche la compilazione di una serie di Fudoki [Resoconti sulle terre e sui costumi], rapporti sulle caratteristiche geografiche e produttive, sulla storia e la mitologia delle diverse province che vennero scritti prevalentemente in lingua cinese. Solo tre di queste opere (quelle relative alle regioni di Hitachi, Harima e Izumo) sono giunte fino a noi: di altre si conoscono solo brevi frammenti attraverso citazioni in testi diversi.
I Fudoki, compilati probabilmente da funzionari locali delle province, sono opere molto disomogenee in cui spesso lo stesso avvenimento è presentato in versioni contraddittorie. In essi sono raccolti anche racconti, leggende e ballate popolari (spesso legate a delicate storie d'amore) che non hanno alcuna finalità politica e testimoniano solo del folclore della regione. In generale essi sono lo specchio di una visione del mondo autoctona, orientata al presente e alla concretezza e che non risente per nulla delle ideologie importate (buddhismo e confucianesimo).
Oltre ad una raccolta di poesie in cinese di scarsa originalità (il Kaifûsô), nella seconda metà dell'VIII secolo è stato compilato il Man'yôshû [Raccolta delle diecimila foglie], la più antica antologia poetica in giapponese giunta sino a noi. Consta di 20 volumi divisi tematicamente e comprende 4207 tanka, 265 chôka e 62 sedôka, scritti per la maggior parte tra la metà del VII secolo e la metà dell'VIII secolo (alcuni poemi risalgono però fino al V secolo).
Per la maggior parte si tratta di poesie che trattano di temi amorosi, con frequenti riferimenti ad una natura che è sempre vissuta come specchio dei sentimenti umani; questi sono descritti con una sensibilità raffinata e con attenzione alle sfumature dei sentimenti. Gli autori hanno estrazioni sociali molto varie ma sono per la maggior parte imperatori, membri della famiglia imperiale o nobili di corte. Un numero notevole di poemi testimonia della nascita di un gruppo di poeti professionisti la cui produzione era utilizzata principalmente nelle celebrazioni della corte imperiale (tra questi poeti sono famosi soprattutto Kakinomoto no Hitomaro e Yamabe no Akahito).
Un numero non trascurabile di poesie sono però di autori di estrazione sociale più bassa: tra queste sono da ricordare le poesie composte da sakimori (soldati delle guarnigioni di frontiera) e i cosiddetti azumauta ["canti dall'oriente"], poesie anonime composte da gente comune o funzionari provinciali di basso rango. Gli azumauta sono soprattutto poesie d'amore; il loro linguaggio diretto e semplice le avvicina alle ballate popolari contenute nel Kojiki e nel Nihon shoki.
È interessante notare come una percentuale notevole di poesie sia di autori femminili (soprattutto dame di corte, tra le quali è da citare particolarmente Ôtomo no Sakanoue no Iratsume). A partire dal periodo Nara e per tutto il periodo Heian la donna ebbe un ruolo notevole nella produzione letteraria, un ruolo che diminuì solo dopo il XIII secolo quando la classe militare dominante fece propria l'ideologia confuciana che sottolineava la diversità tra i sessi, assegnando alla donna un ruolo subordinato all'uomo.
Le poesie del Man'yôshû esprimono una sensibilità ben sviluppata e cosciente di sé che può essere ritenuta lo specchio di una cultura autoctona giapponese, lontanissima dalla cultura ufficiale importata dal continente; da essa mancano completamente riferimenti al buddhismo (che domina invece le arti figurative contemporanee), al confucianesimo e in generale a qualsiasi ideale trascendente, se si escludono alcune importanti eccezioni come l'opera altamente personale di Yamanoue no Okura. Altri poeti da ricordare per l'alto livello artistico della loro produzione sono Ôtomo no Tabito e Ôtomo no Yakamochi.
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Ultimo aggiornamento: 5 dicembre 2002