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La scrittura della lingua giapponese

La lingua giapponese attuale è scritta utilizzando tre diversi tipi di caratteri: un alfabeto ideografico (i kanji) e due alfabeti fonetici sillabici (gli hiragana e i katakana).

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-> L'importazione dei kanji
I kanji nella lingua cinese
L'adozione dei kanji in Giappone
Il kanbun kundoku
Origine dei kana
Gli hiragana
I katakana
La scrittura attuale
I kanji
Gli hiragana
I katakana

L'importazione dei kanji

I kanji ["caratteri cinesi"] sono i caratteri usati per scrivere la lingua cinese, importati in Giappone con lievi adattamenti a partire dal periodo Yamato.

I kanji nella lingua cinese

Oracolo inciso su osso
I più antichi esempi di scrittura cinese a noi giunti sono oracoli incisi su ossa (dinastia Shang, XIII - XII secolo a.C.)

Solitamente noi occidentali siamo abituati a considerare gli ideogrammi come un metodo di scrittura primitivo, qualcosa che veniva usato dagli antici egizi ma che, con il progresso della civiltà, è stato sostituito dalla scrittura fonetica, molto più razionale e facile da imparare. Per quanto riguarda il loro utilizzo nella lingua cinese dobbiamo però osservare che:

Se l'Europa adottasse una scrittura ideografica, questa potrebbe essere in gran parte comune. Posto ad esempio che 我 significhi io, 喝 voglia dire bere e 水 acqua, la frase "我喝水" verrebbe letta "Io bevo acqua" da un italiano, "I drink water" da un inglese, "Je bois (de l')eau" da un francese, ecc., cioè verrebbe facilmente compresa in ogni lingua che abbia una struttura della frase simile all'italiano (soggetto + verbo + complemento oggetto); sorgerebbe quindi una difficoltà con il tedesco, che pone il verbo alla fine della frase. Naturalmente questo esempio nasconde la difficoltà di rappresentare per mezzo di ideogrammi la flessione dei termini: come si potrebbe rendere la differenza tra bevo, bevi, beviamo, bevevo, berrò, bevuto, bevendo, ecc.? (come abbiamo detto, questo problema non esiste in cinese).

Questi vantaggi della scrittura ideografica sono controbilanciati dalla sua complessità: per potere leggere o scrivere in cinese è necessario memorizzare migliaia di ideogrammi, compito che richiede lunghi anni di studio. Questo sembra un prezzo troppo alto da pagare a noi, che siamo abituati a considerare la capacità di leggere e scrivere come uno dei requisiti fondamentali nell'istruzione di ogni persona; forse era un ostacolo meno grave per una società antica in cui comunque l'alfabetizzazione era riservata ad una ristretta élite di intellettuali e burocrati.

Tripode di Zhongshan Iscrizione su tripode
Tripode di bronzo cinese facente parte del corredo funerario del principe di Zhongshan (III secolo a.C.). Una parte dell'iscrizione incisa sulla superficie del tripode è illustrata nel riquadro a destra: come si vede, i caratteri usati all'epoca erano alquanto diversi dai kanji importati in Giappone parecchi secoli dopo

In che senso i caratteri cinesi sono ideogrammi, cioè rappresentazioni grafiche di concetti? Da questo punto di vista si suole dividere i kanji in sei categorie, a seconda del loro processo di formazione (categorie 1 - 4) o del loro utilizzo (categorie 5 e 6):

  1. caratteri pittografici, cioè rappresentazioni dirette di oggetti materiali; ad esempio:
    montagna sole (e, per estensione, giorno)
    fiume luna (e, per estensione, mese)
    bocca donna (rappresentata in ginocchio)
    bambino albero
    risaia, campo coltivato occhio
    uomo pesce
    cancello mano
    acqua (la forma originale era simile a 川 "fiume");
    nel valutare la somiglianza di questi caratteri con gli oggetti che essi rappresentano bisogna tenere conto che i kanji sono il risultato di una tradizione plurimillenaria, nel corso della quale sono stati progressivamente stilizzati e semplificati anche al fine di renderne più spedita la scrittura: non deve quindi stupire che essi siano rappresentazioni estremamente schematiche e a volte poco evidenti. In particolare si assiste alla tendenza a sostituire linee curve con linee dritte, come nei seguenti caratteri:
    3 kanji
  2. caratteri ideografici in senso stretto, cioè rappresentazioni simboliche di concetti o idee astratte; ad esempio:
    uno due tre
    sopra sotto in mezzo
    base, fondamento, origine (il trattino alla base dell'albero 木 ne indica la radice);
  3. ideogrammi composti ottenuti combinando insieme due o più caratteri per ottenere un significato derivato; ad esempio:
    donna 女 + bambino 子 = piacere (alle donne piacciono i bambini)
    occhio 目 + le gambe di un uomo = vedere (ciò che l'uomo può fare con l'occhio)
    albero 木 + albero 木 + albero 木 = foresta
    uomo (forma semplificata di 人) + albero 木 = riposo, sosta
  4. caratteri fonetico-semantici formati dalla combinazione di due caratteri di cui uno indica la pronuncia del termine e l'altro la sua area di significato. In molti casi (ma non sempre) i kanji di questa categoria hanno i due elementi costituenti accostati in senso orizzontale, con l'elemento semantico a sinistra e quello fonetico a destra. Ad esempio i seguenti caratteri vengono tutti pronunciati haku ed hanno come elemento fonetico comune l'ideogramma 白 (che si legge appunto haku); il loro significato viene indicato (anche se in termini molto vaghi e generici) dall'elemento di sinistra:
    alloggiare, passare la notte: l'elemento semantico a sinistra è una forma semplificata del carattere 水 "acqua" (infatti originariamente il termine si riferiva ad una nave che trovava rifugio nel porto per passarvi la notte)
    avvicinarsi, piombare su, incalzare: l'elemento semantico significa "avanzare", "procedere"
    battere le mani e, per estensione, ritmo: l'elemento semantico è una forma semplificata del carattere 手 "mano"
    quercia: l'elemento semantico è il carattere 木 "albero".
    Sembra quasi che gli antichi cinesi, di fronte al problema di trovare ideogrammi adatti a rappresentare una serie di termini omofoni di significato diverso, lo abbiano risolto inserendo in tutti un carattere con la stessa pronuncia che fosse semplice da scrivere e facile da ricordare (白 significa "bianco" e quindi è un kanji di uso molto comune) e distinguendo i diversi termini con l'aggiunta di un simbolo che accennasse al loro significato. Questo meccanismo di formazione è molto comune e circa il 90% di tutti i kanji appartengono a questa categoria.
    Nel caso sopra riportato non sembra che il significato proprio del carattere usato come elemento fonetico ("bianco") abbia nulla a che fare con il significato dei caratteri derivati. In altri casi anche l'elemento fonetico è stato scelto in modo da suggerire un senso particolare, come ad esempio nel carattere
    mon (chiedere, domandare): l'elemento semantico è il carattere 口 "bocca" (che indica l'area di significato "parola", "discorso") e l'elemento fonetico è 門 mon ("cancello"); inoltre "cancello" può dare anche l'idea di "nascondere", quindi 問 può anche essere interpretato come "chiedere (con la bocca) ciò che è nascosto (dietro al cancello)".
    (N.B.: tutte le pronunce indicate nei precedenti esempi sono le pronunce on giapponesi e non le pronunce cinesi attuali);
  5. caratteri usati con un significato traslato o esteso rispetto all'originale; ad esempio:
    originariamente significa musica, ma viene anche usato nel senso di piacevole, dilettevole (la musica come diletto per eccellenza)
  6. caratteri "presi in prestito" per un significato differente dall'originale o usati unicamente per il loro valore fonetico; ad esempio:
    originariamente rappresentava un fascio di oggetti (la linea verticale) legati insieme (linea orizzontale) e quindi esprimeva il concetto di "fascio", "mazzo", "gruppo", ma attualmente viene usato per indicare il numero dieci.

L'adozione dei kanji in Giappone

Se, come abbiamo visto, caratteri di tipo ideografico sono molto adatti per la scrittura del cinese, non si può dire altrettanto per il giapponese che è una lingua polisillabica e flessiva (i temi verbali si coniugano e le parole vengono modificate attraverso l'aggiunta di desinenze o particelle posposte). Per una lingua simile è molto più adatto un alfabeto di tipo fonetico e sembra quindi strano che i giapponesi del periodo Nara abbiano pensato di adottare l'alfabeto cinese.

Occorre però notare che l'invenzione della scrittura è un evento molto più raro di quanto si possa pensare. Tutti i tipi di alfabeto attualmente usati nel mondo derivano da due soli tipi di scrittura: i geroglifici egizi (che hanno dato origine all'alfabeto fenicio, greco e latino e quindi a tutti i tipi di alfabeto usati per le lingue occidentali) e gli ideogrammi cinesi (utilizzati con varie modifiche in molti paesi dell'Estremo Oriente); l'unico altro tipo di scrittura sorto indipendentemente da queste (il cuneiforme assiro-babilonese) si è estinto. Quindi i giapponesi hanno utilizzato semplicemente l'unico tipo di scrittura che avevano a disposizione.

sûtra
Un esempio di calligrafia cinese dell'inizio del VII secolo d.C. (da una copia di un sûtra compilato per ordine del Principe Imperiale Yang Guang della dinastia Sui): già a quest'epoca la forma dei kanji era praticamente uguale a quella ancora oggi usata in Giappone

Bisogna anche tener conto del fatto che ciò che fu importato in Giappone (a partire forse dal V secolo d.C.) non furono i caratteri cinesi in quanto tali, ma la lingua cinese nel suo complesso, o più precisamente una serie di libri e documenti scritti in lingua cinese. Per molto tempo i giapponesi non furono affatto interessati a scrivere nella propria lingua e per loro i caratteri cinesi erano unicamente il mezzo necessario per poter accedere alla vastissima e millenaria letteratura di un paese così più progredito del proprio come la Cina. Il compito di leggere e tradurre i libri cinesi fu inizialmente assolto da letterati stranieri (soprattutto coreani); in seguito, a partire forse dalla seconda metà del VI secolo, la crescente importanza culturale della lingua cinese (soprattutto in quanto indispensabile alla comprensione dei testi buddhisti) spinse anche molti giapponesi a studiarla.

Questa crescente dimestichezza con la lingua cinese ha fatto sì che, quando anche i giapponesi hanno sentito l'esigenza di produrre documenti scritti, abbiano cominciato a farlo usando non la propria lingua (che era priva di un sistema di scrittura) ma la lingua cinese, che ormai per loro era la lingua della cultura; ciò avvenne probabilmente tra il VI e il VII secolo, anche se i più antichi documenti in cinese scritti da giapponesi che siano giunti sino a noi sono dell'inizio dell'VIII secolo (vedi ad esempio la sezione Cultura e letteratura del periodo Nara).

Solo successivamente i giapponesi hanno pensato che i kanji potessero essere usati anche per scrivere direttamente in giapponese anche se, a causa della grande differenza di struttura grammaticale tra le due lingue, ciò richiese un processo di adattamento lungo e laborioso. Anche quando, dopo una serie di tentativi abbandonati, venne alla fine trovato un metodo soddisfacente (anche se notevolmente complesso) per la scrittura della lingua nativa, i giapponesi continuarono a considerare il cinese come la lingua della cultura per eccellenza e ad usarla nelle opere erudite e nei documenti ufficiali. In altre parole la letteratura giapponese, fino a tempi molto recenti, è in realtà una letteratura bilingue, scritta in parte in cinese. Si può quindi paragonare il ruolo che il cinese ha svolto in Giappone a quello del latino nell'Europa medioevale e rinascimentale.

Nell'adattare i caratteri cinesi alla lingua giapponese era possibile seguire due criteri diversi:

poiché la lingua cinese è molto diversa da quella giapponese (almeno quanto lo è dall'italiano), i due sistemi sono del tutto alternativi.

Per un periodo di tempo abbastanza lungo i giapponesi hanno oscillato tra le due soluzioni, mescolando in modi diversi (e spesso senza una logica precisa) uso semantico e uso fonetico dei caratteri e a volte ricorrendo a sistemi ancora più complessi.

Un metodo spesso utilizzato nel periodo Nara è detto shakukun ["prestito di significato"] e consisteva nell'utilizzare un carattere non solo per rappresentare la parola giapponese che ne era la traduzione, ma anche per gli omofoni di questa in giapponese: ad esempio il carattere 張 (che in cinese veniva letto approssimativamente chô e significava "tirare, stirare, estendere") poteva venire usato non solo per rappresentare il verbo giapponese corrispondente haru ["tirare, estendere"] ma anche per il sostantivo giapponese omofono haru ["primavera"]; il carattere veniva quindi usato per una parola che non ha nulla a che vedere né con il significato né con la pronuncia cinese dell'ideogramma.

Per questo motivo i primi documenti scritti in giapponese (come il Kojiki) presentano spesso problemi di interpretazione di non semplice soluzione.

Il kanbun kundoku

Il processo di adozione dei kanji nella scrittura della lingua giapponese è solo una parte di un processo più vasto e complesso di assorbimento di elementi cinesi (soprattutto da un punto di vista lessicale) nella lingua giapponese autoctona; questo processo è durato per secoli ed è stato così profondo che si può dire che la lingua giapponese attuale sia in realtà un ibrido tra cinese e giapponese (un po' come l'inglese attuale è un ibrido tra una lingua di ceppo germanico e una lingua neolatina).

In questo processo ha avuto un ruolo determinante la formazione di una serie di lingue letterarie (cioè non parlate ma utilizzate solamente nella scrittura di opere erudite) che erano una mescolanza deliberata di cinese e giapponese in misure varie, che andavano dal cosiddetto hentai kanbun [lett. "scrittura cinese anomala"] (che consisteva in un cinese in cui erano infiltrati elementi giapponesi) al kanbun kundoku, in cui il contributo del giapponese era più pesante e in particolare i kanji venivano letti non secondo la pronuncia cinese ma usando il termine giapponese che ne era la traduzione (procedimento chiamato appunto kundoku, cioè "lettura kun").

Probabilmente questi linguaggi misti nacquero dalla consuetudine di leggere secondo la lettura kun testi cinesi originali (come abbiamo visto con l'esempio di "Io bevo acqua", la scrittura ideografica si presta a questo uso). Anche in questo modo però la corretta interpretazione di un testo cinese richiedeva, oltre naturalmente alla conoscenza del significato dei caratteri, anche una notevole padronanza della grammatica e della sintassi cinese. Per facilitare il kundoku di testi buddhisti in cinese, a partire dal periodo Nara i monaci presero l'abitudine di integrare i testi con segni esplicativi (kunten) che indicassero come bisognava modificare l'ordine delle parole e quali particelle e suffissi aggiungere per poter leggere la frase in giapponese. Con il tempo questo sistema fu sviluppato e standardizzato e divenne un linguaggio letterario indipendente (quell'ibrido tra cinese e giapponese chiamato appunto kanbun kundoku) che aveva regole proprie e il cui apprendimento faceva parte del curriculum scolastico di ogni erudito.

Bisogna anche notare che l'uso del kanbun kundoku non eliminò quello del vero cinese, che continuò anch'esso ad essere usato in una produzione letteraria specifica, spesso da parte degli stessi autori che scrivevano anche in kanbun kundoku; sembra quindi che lo sviluppo e la codifica del kanbun kundoku non siano nati da una scarsa familiarità con la lingua cinese corretta, ma dal desiderio di avere una lingua letteraria più vicina a quella indigena, seppur nobilitata da un forte contributo cinese.

Anche quando l'invenzione dei kana (vedi paragrafo seguente) rese possibile la scrittura fonetica del giapponese parlato, questo fu utilizzato solamente per la scrittura di lettere private, diari, poesie e romanzi (a questo proposito vedi la sezione Cultura e letteratura del periodo Heian) mentre per gli atti ufficiali e le opere erudite veniva usato il kanbun kundoku, in cui furono introdotti i kana come segni ausiliari. Questo sdoppiamento tra lingua scritta e lingua parlata si è mantenuto fino alla metà del XIX secolo; solo dopo la restaurazione Meiji le due lingue sono state unificate ed è nato il giapponese moderno, la cui scrittura discende direttamente dal kanbun kundoku.

La pratica diffusa del kanbun kundoku non solo ha reso familiari i kanji come metodo di scrittura, ma ha anche determinato la progressiva e sempre più estesa introduzione nel giapponese di termini di origine cinese. Per la scrittura di questi termini mantenere la notazione ideografica originale era naturale e in qualche modo persino necessario, in quanto si poneva per essi lo stesso problema di distinguere tra omofoni di significato diverso che esisteva nella lingua originale. Anzi si può dire che in giapponese il problema della distinzione tra omofoni era ancora più grave che nel cinese stesso, in quanto nella pronuncia giapponese vengono perse le sottili distinzioni di intonazione legate al complesso sistema di toni del cinese e quindi la distinzione per mezzo di ideogrammi è ancora più necessaria.

Il sistema di toni è ancora oggi uno dei principali ostacoli nell'apprendimento della corretta pronuncia del cinese. Ad esempio in cinese moderno la parola ma può significare mamma, lino, cavallo o bestemmiare a seconda del tono con cui è pronunciata: per una persona non in grado di cogliere queste sottigliezze fonetiche (assenti tanto dall'italiano quanto dal giapponese) i quattro termini diventano omofoni.

Origine dei kana

Fin dal periodo Nara anche l'uso puramente fonetico dei caratteri cinesi fu molto diffuso soprattutto nei testi poetici (che contenevano poche parole di derivazione cinese); utilizzati in questo modo non ideografico, i caratteri cinesi venivano chiamati genericamente kana (lett. "nome assunto" o "nome attribuito", con riferimento al fatto che venivano usati in un modo che non corrispondeva al significato originale, "vero", dell'ideogramma) oppure man'yôgana (perché con questo sistema di scrittura fu compilato il Man'yôshû, la prima antologia di poesie in giapponese).

Attualmente il termine kana è usato solamente per indicare le forme semplificate di caratteri, cioè gli hiragana e i katakana.

Gli hiragana

L'uso fonetico dei caratteri cinesi era soggetto ad una notevole libertà di scelta individuale a causa del grande numero di omofoni presenti tra gli ideogrammi; gradualmente però per motivi di semplicità si cercò di arrivare ad una standardizzazione dei caratteri utilizzati, cioè a rappresentare ogni suono con un solo carattere (bisogna però notare che la definitiva standardizzazione dei kana avverrà solo in epoca Meiji). Parallelamente anche la forma grafica dei caratteri poteva essere molto semplificata in quanto le poche decine di simboli necessari per rappresentare i suoni potevano essere tracciate con pochi tratti di pennello (che non sarebbero invece stati sufficienti per scrivere in modo distinguibile migliaia di ideogrammi).

Nella corte imperiale della prima metà del periodo Heian (VIII - IX secolo) si assiste quindi allo sviluppo di un alfabeto fonetico che deriva essenzialmente da una estrema semplificazione e stilizzazione dei kanji che erano già utilizzati foneticamente (man'yôgana) e in particolare della loro forma corsiva (detta sôsho); tali caratteri saranno in seguito indicati con il nome di hiragana ["kana comuni, ordinari"].

Origine dei kana
Confronto tra le forme rette (kaisho), semicorsive (gyôsho) e corsive (sôsho) dei tre kanji utilizzati per rappresentare i suoni ka, ke e ha, che hanno dato origine agli hiragana corrispondenti

Gli hiragana furono utilizzati largamente (e forse anche ideati) dalle dame di corte, che generalmente non studiavano il cinese ma erano addestrate agli esercizi di calligrafia (come pura forma d'arte) e necessitavano quindi di un mezzo di scrittura semplice; per questo motivo gli hiragana furono anche chiamati onnade [lett. "mano di donna", cioè "tecnica femminile"]. La diffusione degli hiragana è legata all'affermarsi del giapponese come lingua poetica e letteraria verso la metà del periodo Heian: in particolare gran parte della produzione del "secolo d'oro" della letteratura giapponese (XI secolo) fu scritta in hiragana.

I katakana

Più o meno contemporaneamente agli hiragana si sviluppò in Giappone un'altra forma di scrittura fonetica chiamata katakana, che era usata dagli studiosi di cinese (soprattutto dai monaci) per annotare la pronuncia accanto ai caratteri dei testi che leggevano (non erano quindi utilizzati per scrivere testi completi). Anche in questo caso la forma dei caratteri deriva da ideogrammi cinesi semplificati ma, poiché i katakana furono sviluppati indipendentemente in un ambiente differente, i caratteri presi a modello non sono necessariamente gli stessi usati per gli hiragana: ad esempio i caratteri カ (ka), ケ (ke) e ハ (ha) derivano rispettivamente dai kanji 加, 介 e 八. Inoltre a causa delle particolari esigenze da cui sono nati (specialmente per la necessità di essere scritti in piccolo in poco spazio) essi non furono derivati dalla forma corsiva dei caratteri, ma ottenuti separando una parte della forma retta (kaisho; il termine katakana significa letteralmente "frammento di kana").

La scrittura attuale

Come si è detto il metodo attualmente usato per la scrittura del giapponese utilizza tutti e tre gli alfabeti (kanji, hiragana e katakana).

I kanji

I kanji sono comunemente usati per scrivere i sostantivi (che in giapponese sono indeclinabili) e la radice delle forme flessive (aggettivi e verbi). Essi possono essere letti sia foneticamente che semanticamente.

Per quanto riguarda le letture fonetiche (o letture on) bisogna tener presente che esse sono modellate sulla pronuncia che il carattere aveva in Cina attorno al periodo Nara, per di più deformata per adattarla alla fonetica giapponese (notevolmente diversa da quella cinese): si tratta perciò di pronunce che possono differire anche notevolmente dal modo in cui il carattere viene letto nella Cina odierna. Inoltre, poiché l'importazione della cultura cinese in Giappone è avvenuta su un arco di tempo piuttosto lungo e da regioni diverse, spesso ad uno stesso carattere sono associate più letture on che riflettono pronunce cinesi di epoche e zone diverse. Ad esempio il carattere 生 (che significa "vita" o "nascita") ha due letture on: sei e shô (in cinese moderno viene letto sheng).

Anche le letture di tipo semantico (dette letture kun) possono essere molteplici in quanto (come si è detto) una stessa parola cinese può essere usata con funzione di parti del discorso differenti e quindi corrispondere a vocaboli giapponesi differenti; inoltre uno stesso carattere può venire usato per scrivere diversi sinonimi. Quando la parola giapponese corrisponde ad una parte flessiva della frase (aggettivo o verbo) solitamente il kanji viene usato per indicarne la sola parte fissa (radice), mentre le parti variabili o desinenze vengono indicate foneticamente per mezzo di hiragana. Ad esempio il carattere 生 già visto sopra ha le seguenti letture kun:

きる ikiru vivere
かす ikasu far (ri)vivere, resuscitare
ける ikeru disporre (fiori)
まれる umareru nascere
umu generare, partorire
える haeru crescere, spuntare (ad es., erba)
やす hayasu farsi crescere (ad es., la barba)
nama crudo, fresco
ki puro, liscio, non diluito

(nella pronuncia delle parole è indicata in rosso la parte che si riferisce al kanji: la parte in nero indica la pronuncia degli hiragana della desinenza).

Quindi in generale in giapponese un kanji può possedere una o più letture on e una o più letture kun (i casi di caratteri che hanno una sola lettura sono abbastanza rari): una delle difficoltà nella lettura del giapponese consiste appunto nel capire volta per volta quale tipo di lettura si debba applicare ad ogni carattere.

In generale le letture on vengono utilizzate per scrivere vocaboli di derivazione cinese che molto spesso sono composti da due kanji consecutivi (senza kana interposti). Le parole di origine cinese una volta facevano parte del linguaggio erudito ma molte di esse sono ormai entrate nell'uso comune, costituendo una percentuale notevole delle parole del giapponese scritto del giorno d'oggi; esempi di questo tipo contenenti il carattere 生 sono ad esempio i vocaboli 学生 gakusei [studente], 先生 sensei [maestro], 生活 seikatsu [vita], 生物 seibutsu [essere vivente], 誕生日 tanjôbi [compleanno] (in quest'ultimo esempio la pronuncia è una modificazione eufonica della lettura shô dopo la n).

Invece le letture kun (usate per rappresentare vocaboli giapponesi autoctoni, cioè non derivati dal cinese) vengono applicate ad intere parole (nel caso di termini invariabili) o alla radice di verbi e aggettivi. In tal caso il kanji appare nella frase isolato (preceduto e seguito da kana): l'eventuale suffisso fonetico (scritto in hiragana) permette generalmente di distinguere tra le diverse letture kun possibili (vedi gli esempi sopra riportati). In altri casi la lettura corretta è deducibile dal contesto: ad esempio la frase " 生のウイスキー " verrà interpretata

ウイスキー
ki no uis(u)kii

[whisky liscio] mentre la frase " 生の魚 " verrà letta

nama no sakana
[pesce crudo].

Queste regole generali di utilizzo sono però soggette a frequenti eccezioni e quindi la lettura di un testo richiede una buona dose di esperienza ed esercizio. Nei primi anni di studio del giapponese la traduzione di un vocabolo sconosciuto richiede generalmente una ricerca in due fasi:

Supponiamo ad esempio di dover cercare la parola 後生: trattandosi di un composto di due kanji consecutivi senza hiragana l'ipotesi più probabile è che si tratti di un vocabolo di derivazione cinese e che quindi i caratteri vadano letti secondo la lettura on. Come abbiamo visto il carattere 生 potrebbe quindi essere letto sei o shô, mentre il carattere 後 ha due letture on: go e . Quindi le letture possibili (da cercare sul dizionario) sono gosei, kôsei, goshô, kôshô (con le possibili varianti fonetiche gojô e kôjô). A volte (anche se non frequentemente) capita che la parola abbia più letture con significati differenti; nel nostro caso 後生 può essere letto sia kôsei ["generazioni future, posteri"] che goshô ["seconda vita, vita futura (dopo la morte)"]: anche in casi simili è il contesto a suggerire quale siano la lettura e la traduzione appropriate.

La lettura dei kanji è particolarmente difficile quando essi compaiono nella scrittura dei nomi propri (nomi di persona o toponimi); infatti in tal caso oltre alle letture usate per la scrittura di nomi comuni essi possono avere anche letture aggiuntive (usate solo per i nomi propri) chiamate nanori, mentre ovviamente viene a mancare completamente l'aiuto costituito dal contesto e dal significato. In molti casi l'unico modo per essere sicuri della lettura di un nome proprio è quindi quello di ... chiedere ai diretti interessati (membri della famiglia nel caso di un cognome o abitanti del luogo per un toponimo).

I kanji comunemente utilizzati sono parecchie migliaia. A partire dal XX secolo si registra una tendenza alla semplificazione della lingua scritta e alla riduzione del numero dei kanji: nel 1946 il Ministero dell'Educazione ha emanato una lista di 1859 tôyô kanji [kanji di uso quotidiano], suggerendone l'adozione nella scrittura delle parole al posto di kanji omofoni meno comuni; nel 1981 questa lista è stata sostituita da un elenco di 1945 jôyô kanji [kanji di uso frequente]. Queste liste costituiscono la base dell'insegnamento scolastico e spesso i testi scritti per un pubblico generico (come gli articoli dei quotidiani) si limitano ad essi; al contrario i testi universitari o di utilizzo più specialistico usualmente fanno ricorso ad un insieme di caratteri molto più esteso.

Gli hiragana

Come si è detto gli hiragana costituiscono uno dei due alfabeti fonetici utilizzati nella lingua giapponese moderna. In conseguenza della loro origine dai caratteri cinesi, essi non rappresentano il suono di lettere isolate ma di intere sillabe: ad esempio non esiste un simbolo specifico per indicare il suono k, ma esistono caratteri distinti per le sillabe ka, ki, ku, ke, ko.

Nonostante ciò il numero totale di caratteri necessario è relativamente limitato perché la fonetica della lingua giapponese è piuttosto semplice: le sillabe possibili sono formate da una vocale singola oppure da una sequenza di una consonante + una vocale; in altre parole in giapponese non esistono i numerosi incontri di consonanti che compaiono nella lingua italiana (pr, tr, spr, str, pl, spl, lp, ecc.). In definitiva le sillabe necessarie alla scrittura del giapponese sono le 5 vocali + i gruppi formati dalle 9 consonanti k, s, t, n, h, m, y, r, w seguite da ciascuna delle 5 vocali:

a i u e o
ka ki ku ke ko
sa si (shi) su se so
ta ti (chi) tu (tsu) te to
na ni nu ne no
ha hi hu (fu) he ho
ma mi mu me mo
ya    yu    yo
ra ri ru re ro
wa wi    we wo

tenendo conto che le sillabe yi, ye e wu non esistono e aggiungendo la n sillabica ん sono quindi in tutto 48 caratteri. A queste vanno aggiunte le sillabe che contengono le consonanti sonorizzate (g, z, d e b) che sono però ottenute aggiungendo il segno ゛ (nigori) ai gruppi contenenti le corrispondenti consonanti sorde (k, s, t e h) e che quindi non necessitano di un simbolo specifico:

ga gi gu ge go
za zi (ji) zu ze zo
da di (ji) du (zu) de do
ba bi bu be bo

Analogamente le sillabe che iniziano con la consonante p sono scritte aggiungendo il segno ゜ (handakuten) alle corrispondenti sillabe con h:

pa pi pu pe po

Le consonanti doppie sono indicate facendole precedere da un carattere tsu (solitamente scritto in corpo più piccolo: っ); ad esempio: あった atta, ばっかり bakkari, ecc.

Nell'uso attuale del giapponese gli hiragana sono utilizzati:

Riguardo all'ultimo punto bisogna notare che nella scrittura del giapponese è sempre possibile sostituire un kanji con la loro trascrizione fonetica in hiragana. Certamente un testo in cui anche i kanji di uso più comune sono sostituiti da hiragana farebbe un effetto piuttosto strano, a meno che non si tratti di uno scritto rivolto agli alunni dei primi anni delle scuole elementari; all'altro opposto, l'uso frequente di caratteri rari e ormai desueti darebbe al testo un'aria di affettazione e ostentata erudizione. Tuttavia tra questi due estremi esiste un ampio spettro di possibilità la cui scelta è legata al grado di istruzione di chi scrive, alla considerazione del genere di lettori a cui è rivolto lo scritto e a preferenze stilistiche.

Non bisogna comunque pensare che l'utilizzo di pochi kanji renda in assoluto un testo facilmente comprensibile. Infatti, poiché il giapponese viene scritto senza spazi tra le parole, i kanji svolgono anche la funzione di rendere chiaramente identificabili alcuni punti di riferimento (nomi, aggettivi, verbi) nella frase, distinguendoli da particelle, suffissi e avverbi interposti.
Inaltreparoleuntestogiapponesescrittointeramenteinhi-
raganaassomiglierebbeaduntestoitalianoscrittosenzaspa-
ziatureesarebbequindileggibilecondifficoltà.

Inoltre la lingua giapponese è ricca di omofoni (soprattutto tra le parole di origine cinese) che in un testo possono essere facilmente distinti in base ai kanji con cui sono scritti, ma che risulterebbero indistinguibili se trascritti foneticamente (nella lingua parlata questo problema è di minore importanza perché, come in tutte le lingue, essa utilizza un vocabolario molto più ristretto della lingua scritta). Ad esempio la pronuncia kaisô può corrispondere ai seguenti vocaboli:

回送 ritrasmissione, inoltro
回想 ricordo, reminescenza
回漕 trasporto marittimo
改装 modernizzazione, rifacimento, rinnovo
改葬 risepoltura
海藻 alga marina
海草 vegetazione marina
潰走 sconfitta, disfatta
会葬 partecipazione a un funerale
階層 classe sociale, ceto, casta
快走 movimento veloce

(e non si creda che questo sia un caso limite: si potrebbero citare decine di esempi simili).

Gli omofoni sono particolarmente abbondanti nei vocaboli di origine cinese ma non mancano neppure tra le parole autoctone giapponesi. Anzi, fin dagli albori della letteratura essi sono stati abilmente utilizzati per arricchire i testi di significati aggiuntivi rispetto al senso letterale (in poesia questa tecnica è chiamata kakekotoba). Per un esempio di questo tipo all'interno della musica vocale vedi quanto detto a proposito del brano Usu no koe.

Gli hiragana sono anche usati come furigana (caratteri scritti in piccolo di fianco a kanji poco comuni o antiquati, per indicarne la pronuncia corretta).

I katakana

I caratteri katakana costituiscono un alfabeto fonetico del tutto sovrapponibile all'alfabeto hiragana: come quelli comprendono 48 caratteri che rappresentano le stesse sillabe di base; come nel caso degli hiragana, le sillabe sonorizzate si ottengono aggiungendo un segno di nigori ( ゛) alle corrispondenti sillabe sorde e le sillabe contenenti la consonante p sono scritte aggiungendo uno handakuten ( ゜) alle sillabe che contengono la h. Quindi anche i katakana possono essere presentati attraverso una tabella a 5 colonne del tutto analoga a quella degli hiragana:

a i u e o
ka ki ku ke ko
sa si (shi) su se so
ta ti (chi) tu (tsu) te to
na ni nu ne no
ha hi hu (fu) he ho
ma mi mu me mo
ya    yu    yo
ra ri ru re ro
wa wi    we wo
 
ga gi gu ge go
za zi (ji) zu ze zo
da di (ji) du (zu) de do
ba bi bu be bo
 
pa pi pu pe po

(il segno della n sillabica è ン).

Nell'uso attuale i katakana vengono utilizzati:

Per quanto riguarda le parole straniere bisogna notare che il giapponese ha assorbito un gran numero di parole occidentali (soprattutto americane) che vengono usate sia come sostantivi, sia come aggettivi (aggiungendo il suffisso di aggettivo な na) e verbi (aggiungendo il verbo する suru, che letteralmente significa "fare"). La frequenza d'uso di questi vocaboli di importazione varia notevolmente a seconda del genere letterario e dello stile (sono molto più frequenti nel linguaggio giovanile e negli scritti meno formali come articoli di giornale ecc.), ma non sembra che essi siano in alcun modo considerati grammaticalmente scorretti (com'è invece il caso di termini ibridi ottenuti italianizzando vocaboli stranieri come testare, scannerizzare o peggio scannare, sortare, masterizzare, ecc.).

Come regola generale i vocaboli stranieri sono scritti cercando per quanto possibile di riprodurre la pronuncia piuttosto che la grafia della lingua originale: così si scrive アイロン airon per iron, イエロー ieroo per yellow (il segno ー indica un allungamento della vocale precedente), エア ea per air, ecc. Ciò ha portato alla necessità di introdurre nuovi segni per poter riprodurre suoni che sono sconosciuti alla fonetica del giapponese (ad esempio ファ per fa, ディ per di) o alla convenzione di non pronunciare in alcuni casi le vocali per poter riprodurre incontri di consonanti o finali di parola in consonante che non esistono nei termini autoctoni. Inoltre la lettera L, che non esiste in giapponese, viene resa con R. Per questi motivi a volte risulta abbastanza difficile riuscire a identificare la parola d'origine dalla sua trascrizione in katakana, anche se generalmente essa viene pronunciata in modo abbastanza corretto; ad esempio:

アドレス adoresu (address)
アナウンサー anaunsâ (announcer)
インストール insutôru (install)
エイズ eizu (AIDS)
カー (car)
カーテン kâten (curtain)
カウンセラー kaunserâ (counselor)
カラー karâ (color)
カルチャー karuchâ (culture)
エキスパート ekisupâto (expert)
ecc.

Questo discorso è particolarmente evidente per l'inglese (essendo una lingua in cui notoriamente la corrispondenza tra scritto e pronuncia è piuttosto problematica) ma vale per tutte le lingue straniere:

リート rîto (Lied, tedesco)
フロイト furoito (Freud, tedesco)
アインシュタイン ainshutain (Einstein, tedesco)
マント manto (manteau, francese)


Fonti

Altri siti

Alla scoperta dei kanji
Articolo di Massimiliano Crippa che tratta varie questioni legate all'uso dei kanji nella scrittura della lingua giapponese (in italiano).
Il sistema di scrittura giapponese
Breve introduzione storica alla scrittura giapponese a cura di Akiko Hamada (in italiano).
Associazione italo giapponese FUJI
Il sito contiene due interessanti serie di articoli: I sistemi di scrittura del giapponese - Storia e I sistemi di scrittura del giapponese - Uso odierno (in italiano).
Bandiere del Giappone
Il sito (ancora in costruzione) contiene una sezione Impariamo il Giapponese! con alcune informazioni sulla lingua e sui caratteri giapponesi (in italiano).
Full Kanji Summary Index
Elenco di 3401 kanji comunemente usati nella lingua giapponese, con letture on e kun, significato e vocaboli principali in cui vengono utilizzati (in inglese).
Japanese Language Studies
Elenco di una settantina tra i kanji più comuni con indicazione delle letture on e kun, visualizzazione del modo corretto di tracciarli (per mezzo di un'animazione) ed esempi d'uso (in inglese).
Chinese Language e Chinese Script
Breve introduzione alla lingua e alla scrittura cinese (da Chinaknowledge - A universal guide for China studies, in inglese).
Outline of Japanese Writing System
Descrizione abbastanza dettagliata dell'origine dei caratteri cinesi e del loro uso nella lingua giapponese (in inglese).
Japanese Writing
Un'introduzione al sistema di scrittura del giapponese orientata principalmente al suo apprendimento (in inglese).

Fonti delle illustrazioni:

Pagina http://www.hogaku.it/lingua/scrittura.html

Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2003
Autore: hogaku@hogaku.it